"UN ARTISTA RIMASTO FEDELE ALLA SUA TERRA"

Gianbecchina ha celebrato lo scorso anno, con una bellissima mostra antologica, tenuta a palazzo dei Normanni gli ottanta anni della sua pittura. Quasi un secolo di attività artistica, di continue invenzioni, di esperimenti formali, di ritorni a frasi precedenti, di approfondimenti, con centinaia e centinaia di opere, fra maggiori e minori, su tela e su carta (e sarebbe auspicabile la pubblicazione di un catalogo generale), opere che hanno preso corpo e anima, venendo ad arricchire il nostro immaginario in una duplice proiezione, verso il passato, verso il futuro. Il passato, la sua nostalgia, anche se in esso si nascondono tra gedie, drammi, dolori, insieme a tante gioie e speranze. Il futuro visto con trepidazione e attesa, anche se non privo di illusioni e inganni. In mezzo a questa cronologia, Gianbecchina ha disteso la sua opera pittorica ricca di tecnica antica, ma consapevole delle rivoluzioni che hanno investito l'arte, la pittura, a partire dalle avanguardie storiche, ricca di cultura e di ideologia. Una pittura italiana, nel senso pieno del termine e nello stesso tempo appartenente alla Sicilia come metafora, come mito, come realtà, intrisa della sua forte e avvolgente luminosità, della sua inebriante calura estiva. Il tutto impastato con le ricette dei movimenti e delle tendenze di ciascun momento, a volte in assonanza e convergenza come negli anni Trenta e Quaranta, a volte in conflitto, a volte in ostentato e voluto disinteresse, come negli ultimi decenni, ma sempre manifestando una spiccata e riconoscibile personalità. La lezione della scuola romana, di Fausto Pirandello, di Scipione, di Mafai, si legge in opere che sono capolavori assoluti come Gatta del 1934, Maria del 1935, La fidanzata del 1938, Rosa dello stesso anno e Donna e chitarra. Opere che basterebbero da sole a consacrarlo nell'olimpo di grandi artisti, in un ambito ristretto in cui tra i siciliani possono stare Guttuso con tutta la sua carica fascinosa e inventiva, Lia Pasqualino Noto sulla stessa scia di Edita Broglio e Antonella Raphael, Pippo Rizzo futurista e rivoluzionario, Michele Dixit poeta e pittore di rara qualità. Per Gianbecchina giovanissimo sono gli esordi di una lunga attività che ha visto ancora tantissime opere fra cui voglio ricordare Lumi e arance del 1946, Pastori del 1948, Natura morta con fiori del 1956. Anni Trenta Quaranta Cinquanta, vissuti da protagonista e da esplorare, di fantasia temperata dalla poetica, di tecnica abbinata allo stile. Con tutta la sua opera, Gianbecchina entra nella storia dell'arte italiana del primo cinquantennio del secolo e si dovrà corregger,, se c'è, una eventuale omissione della sua forte presenza e del suo ponderoso ruolo suscitatore di immagine narrative, con rapidità di segno e asciuttezza del colore. Assolutamente positiva è, da questo punto di vista, l'attività storico-critica di Franco Grasso, Mario De Micheli, Raffaele De Grada, che pur velati ed esaltati dal loro credo ideologico marxisista, non si sono sovrapposti all'attività concreta di Gianbecchina sovraccaricandola di significati, ma hanno dato ragione alla sua attività, fornendogli strumenti razionali di sistemazione per la storia, appunto, per la lettura critica delle sue opere in particolare e in generale. Devo confessare che la mia scoperta di Gianbecchina è recente, ma molto intensa, e questo intervento vuole essere l'inizio di uno studio puntuale, oltre che un gesto riparatorio dovuto, concessomi dalle circostanze. Gianbecchina, che arriva agli anni Cinquanta e li attraversa, non è secondo a nessuno. Si tratta di un grande maestro che non ottiene i riconoscimenti dovuti solo perché è rimasto fedele alla sua terra, povera di veri collezionisti, di gallerie d'arte, di una solida cultura legata all'arte e quindi priva di solidi collegamenti con i vari Lino Pesaro, Peppino Ghiringhelli, Peppino Pallazzoli, Bergamini, Sprovieri, Del Corso, che hanno fatto la fortuna di tanti e tanti. Più complesso è il discorso dei cenni ultimi, quelli che portano ai nostri giorni. Decenni ricchi di lavori tra cui voglio segnalare La Pipita del 1958, La grande messe del 1965, Figura del 1969, Donne di Santa Ninfa del 1980, Paese blu del 1983, Fase di un tramonto del 1998, tutte le opere di qualità che sfiorano ma non riescono ad eguagliare le vette precedenti, scontando un momento di stanchezza sul finire degli anni Sessanta, anche se è di grande lucidità intellettuale. Gianbecchina in una serie di quadri come Amanti del 1967, Amanti in giardino del 1969, mette in pittura un mutamento epocale del costume e del linguaggio ideologici e culturali estrinseci all'arte, ma che l'hanno fortemente condizionate e forse anche minacciata. Intanto la pittura si è ispessita, ha preso una consistenza materica che la fa assomigliare a Siqueiras. Sono gli anni del giovanilismo sforzato, degli slogan sguaiati che assegnavano a fascisti e borghesi, senza andare molto per il sottile, ancora pochi mesi, anni del pretesto suicido degli intellettuali dell'artista denominato operatore estetico e altre cose che pesano ancora come macigni sulla nostra civiltà. Per fortuna Gianbecchina ne esce presto e bene, tornando alla figura e alla sua tematica più vera come in Attendono lo zolfataro del 1972 e Mietitore del 1979, recuperando il silenzio la riflessione, la meditazione che non sono evasioni, disimpegno, rifugio intimistico. Come ebbe a scrivere Vittori in una bellissima pagina del "Menabò" a proposito dell'impegno sociale dell'artista, dicendo che ci può essere più rivoluzione nella rappresentazione di un fiore che in quella di un fucile che spara, che ci può essere più realtà moderna nel parlare di fiori che di un a catena di montaggio. Gianbecchina torna al suo paesaggio, che è non tanto naturalismo originario, quanto conquista stilistica, espressione di una propria cifra linguistica, ai suoi cicli tematici che sono il suo ancoraggio per la pittura classica, alla sua Sicilia scomparsa o sul punto di scomparire, recuperando poeticità di un quid che esiste compiutamente solo nella sua mente e con questa arrivare allo scavalco del millennio. Guardata nella sua complessità, la sua pittura degli ultimi quarant'anni appare come un'elegia, un canto alla nostra terra tellurica e dura, aspra, alla sua memoria, alla sua irrepetibile attualità, che rimane nei suoi quadri, ma è stata e come non sarà mai più, forse come non è mai stata che nella nostra mente nel nostro desiderio di andare per valli e per monti ad incontrare noi stessi con gli anni che ci passano addosso con l'aiuto delle calde estati delle falciature del crescere dei covoni e del declinare degli autunni. Una ricerca del mondo perduto, un canto. Gianbecchina osservava la natura e la vita facendole ora coincidere ora divergere, a seconda del volger dell'umore e dell'imperio della tecnica che modifica e modella un soggetto per poco ora tanto, attestando l'autonomia dell'arte come convenzione, che può dire quello che vuole e che non è per nulla condizionata da un dover dire anche se a volte appare dettata da un certo automatismo come affermano i surrealisti. Ha scritto De Micheli che quando il pittore Gianbecchina parla di canto non intende soltanto darne un giudizio servendosi di una metafora vagamente allusiva "intende al contrario fornir la più calzante indicazione interpretativa. Un'aperta cantata per immagini sono appunto i suoi quadri, una cantata che può essere lamento, strofa innamorata o robusto coro a più voci". E Renato Guttuso a proposito della sua struttura intellettuale influenzata dall'esser stato allievo di Pippo Rizzo: "un pittore e un uomo che influì molto su tutti noi non tanto per questioni di stile o di maniera relativa al suo modo di dipingere, quando per la conoscenza critica e culturale che suscitava". Questa struttura si poteva definire terrestre (una terrestre poeticità che lega Gianbecchina, ma anche Guttuso alla propria origine, facendola diventare metafora del mondo) per definire il tipo di legame che può essere nulla o tutto. In effetti la terra di Sicilia che "entra" nei quadri di Gianbecchina è tutta sui generis, priva di tutte le volgarità che il nostro tempo, la modernità le ha vomitato sopra, infatti antenne e fili elettrici e cavalcavia non entrano nella sua pittura, perché non lo interessano e non interesserebbero a noi. La sua è una specularità ideale, impastata di alto rigore e di materiali fantastici, in cui la vita dei campi si fonde col grido di dolore per l'umanità offesa dai terremotati di Gibellina, lo sfolgorante mito della natura col racconto del lavoro come fatica e come riscatto. In questo senso si avverte una diversità e una particolarità del Gianbecchina uomo e artista, del suo stare con noi e in mezzo a noi.

Aldo Forbice