"LA PITTURA DI GIANBECCHINA"

Gianbecchina ha già alle sue spalle una lunga storia: una storia fatta d'incontri, di prove, d'esperienze, di risultati. È una storia che altri hanno già scritto egregiamente, ricordando il periodo della sua formazione a Palermo, i suoi soggiorni a Roma e a Milano nella seconda metà degli anni Trenta, le amicizie preziose coi più vivi e sensibili artisti e poeti della cosiddetta "generazione di mezzo": Guttuso, Sassu, Migneco, Birolli, Quasimodo. Si tratta di una storia segnata da molte curiosità, da una ricerca anche in più direzioni; eppure, a considerarla retrospettivamente, ci si accorge che sin d'allora Gianbecchina aveva già una sua particolare inclinazione, un suo modo semplice e schietto di mettersi davanti alle cose, di guardarle e rappresentarle. Di ciò ci si rende conto immediatamente posando gli occhi su qualcuno dei suoi quadri di quel tempo, su quelli, per esempio, maggiormente legati alla prima stagione milanese. Neppure il simbolismo caro ai pittori di "Corrente" fa deviare Gianbecchina dalla sua natura aliena da ogni mediazione eccessivamente indiretta e allusiva. È una qualità fondamentale, questa, che gli è rimasta, che si è anzi andata rinforzando e chiarendo, costituendo sempre più il dato caratterizzante della sua fisionomia, della sua pittura. Nemmeno il suo "momento" più sperimentale, fra il '60 e il '65, quello che egli definisce "astratto", lo sottrae alla naturale gravitazione verso il mondo delle più evidenti emozioni terrestri. I suoi quadri "astratti", infatti, hanno continuato ad essere terra, mare e cielo, come tutto ciò che aveva dipinto prima e che avrebbe dipinto dopo. Gianbecchina, voglio dire, è un pittore senza sofismi, che mantiene un rapporto di esplicita partecipazione con le cose e con gli uomini, che si affida a ciò che vede e conosce. Per queste ragioni egli ha fatto parte del movimento realista e per gli stessi motivi, dopo il '65, ha potuto inaugurare la sua "maniera" più larga e sicura: quella delle grandi tele sulla vita della sua isola, la Sicilia. In qualche modo si può affermare che tutta la carriera precedente di Gianbecchina lo disponeva a questi esiti più recenti. Da questa sua origine siciliana Gianbecchina infatti non si è mai voluto disgiungere, neppure quando risaliva verso il nord spinto dal desiderio di provare altrove la propria sorte. Gianbecchina ha sempre avuto una forte accensione cromatica sin dalle sue prime opere. Oggi però il suo colore s'è fatto più brillante e pulito. Ma è particolarmente l'impianto del quadro, il modo di comporre, di definire l'immagine che sono andati acquisendo un'ampiezza nuova, che tende al racconto, al sentimento collettivo della vita, del lavoro, del dramma. Da questo punto di vista Gianbecchina è senz'altro un pittore popolare, che nella solidità di una narrazione compiuta, espressa senza reticenze sino al dettaglio, trova le sue migliori qualità di chiarezza e di efficacia. Non c'è aspetto della situazione o della condizione di chi lavora la terra o si guadagna l'esistenza sul mare, che egli non abbia dipinto. La gente e il paesaggio della Sicilia, dunque. Ecco la tematica costante su cui si misura Gianbecchina e su cui si cimentano i suoi colori, che mantengono una vivacità più aspra che dolce, più timbrica che tonale.

Mario De Micheli