"IL LUNGO COLLOQUIO DI GIANBECCHINA CON LA SUA SICILIA"

Gianbecchina nasce come pittore proprio nel 1930: una terrazza con figure nude intorno a un pianoforte, mentre le note si diffondono verso gli scogli e il risuonante mare di Isola delle Femmine. Gianbecchina disegna con il colore, con una bella pittura pastosa, di tradizione post-impressionista, completamente fuori dai pericoli dell'illustrazione. Si capisce che il suo maestro è il poco conosciuto Cézanne, esaltato nella luce siciliana. Già l'anno dopo (1931) questa pittura comincia a chiudersi in un maggiore grafismo rispetto a La Terrazza prima rammentata, come se il pittore avvertisse il bisogno di una pittura murale entro la quale svolgere le forme come profilo. Gianbecchina sta evidentemente cercando una propria autonoma scelta, un modo tutto suo di fare arte e lo trova, lo individua in un accostamento all'oggetto, quello che per la maggior parte dell'arte moderna è "l'ostacolante e disprezzata realtà". L'oggetto è la campagna siciliana, la campagna sentita con quell'istinto oscuro che ritroviamo nelle pagine di Verga e che si profila con una dignità che è insolita al paesaggio di quell'epoca. Siamo già al 1936 e Gianbecchina è già un pittore del reale, con una sua strada tracciata. Non se ne discosterà poi molto… Il "realismo" di Gianbecchina si concentra prima di tutto sul paesaggio che, per l'impostazione secca e forte di colore, vera ma non passivamente naturalistica, è ben lontano dai moduli pittorici dell'Ottocento. Nel paesaggio Gianbecchina riesce presto a far corrispondere i valori pittorici ai significati di oggetto, cioè all'autentica natura della terra siciliana. I temi del realismo sono già presenti nella sua pittura, nella sintesi di quella che Guttuso chiama "la terrestre poeticità" di Gianbecchina. Il realismo di Gianbecchina corrisponde storicamente alle lotte per la terra e alle rivendicazioni operaie delle miniere siciliane, la crisi della società semifeudale è vissuta dall'interno, come se il pittore fosse uno di "loro", con la stessa natura, gli stessi gusti, gli stessi problemi, gli stessi amori e odi. Allora accade il miracolo del "realismo", di una pittura cioè che è insieme conoscenza storica e vita dei sentimenti. Allora s'intreccia una sottile dialettica tra l'"universale", la classe, e il "particolare", un certo definito modo di produzione e un certo definito livello delle forze produttive sociali e delle loro forme di sviluppo, la storicità insomma della Sicilia che passa dall'ottica gattopardiana a quella della democrazia e del socialismo. A me sembra che Gianbecchina in quegli anni decisivi, abbia ben capito i problemi ed abbia di conseguenza trovato il linguaggio giusto, a lui più spontaneo, della esaltazione cromatica in rigide gabbie lineari di contorni, una pittura cioè tanto chiara di emozione quanto scritta con intelligenza costruttiva. Ha ragione Franco Grasso a scrivere che Gianbecchina ha rispecchiato della Sicilia il "faticoso e spesso contraddittorio sviluppo degli ultimi decenni, nel continuo germogliare e ripiegarsi e riaprirsi delle speranze". Questo pittore che vive nel suo angolo ha sentito nella sua arte tutto ciò che è successo nel mondo negli ultimi anni. Dal suo paese arabo Sambuca Zabut, Gianbecchina non si è adagiato in una immobile contemplazione della Sicilia. I quadri ultimi di Gianbecchina sono anche i più intensi. Forse hanno perso la sicurezza e la felicità dell'epoca giovanile, ma in questi volti e in questi paesi leggi un ammassarsi di forme come problemi, una riconquistata verità del popolo, ormai amato da questo suo pittore. Di solito, quando si scrive dell'opera complessiva di un pittore, si fa un excursus delle sue variazioni formali. Per Gianbecchina occorre invece approfondire la conoscenza del suo "reale", conoscenza ottenuta con i mezzi dell'arte ma validissima per un discorso umano anche più universale. La storia della Sicilia di questo quarantennio ha in Gianbecchina un documento emozionante e prezioso.

Raffaele De Garda