"TRA LONTANANZA E PRESENZA. OMAGGIO AL MAESTRO GIANBECCHINA"

Dalla finestra che si apre a mezzogiorno, verso il Carboj e il caos di Pirandello e i luoghi del mito di Empedocle, osservava fichi d'India e conciami, sentieri stemperati dalle piogge, i tetti delle case coperti di tegoli rossi con muschio verde in cima alle facciate grigie del grezzo, mentre il cielo inclinava il tramonto con uno scintillio di porporine garanze. Poi che Leonardo gliene aveva scritto aveva scritto, talvolta indugiava a vedere la Floriana in quella contrada d'Adragna, e quella del nano con l'ingiuria del padre a soprannome, offesa nell'onore eppure amata, per singolare regnanza in quelle terre, da tempo immemorabile, del sentimento del contrario. Remota alle costumanze nuove as-sabukah Sambuca Zabut di Sicilia, terra girgentana con il gioco dei sentimenti contrari alla norma, di pietà e umorismo innati al mondo contadino, sicché Rosolino, pure spiccio e mafioso nei modi, amava la sua Rosaria, spiazzando le attese di esito tragico. E sentimento che dal contesto borghese poi Pirandello travasava al mondo borghese. Ma non si era mai domandato che sentimento fosse quello che univa ai suoi "amanti" negli abbracci sotto la luna, al vento, tra le rocce o al mare, o in giardino. Amanti liberi erano, nella natura delle cose, nel farsi delle cose con la naturalezza dei cicli vitali della terra. Si, forse terra anch'essi. E terra impastata col fango. "Le donne - diceva Navarro - avete visto le donne di Zurbaran? Fondete le gitane di Goya e le vergini di Morelli: ecco le donne". Quante donne aveva dipinto, ora libere nella nudità felice dell'esistere, ora negli abiti di quella storia siciliana di cui conosceva il grigiore del fascismo, guerra e dopoguerra, lotte contadine, amore e illusioni, disillusioni e incanti? Pensò al Concertino in terrazza, non le aveva mai contate ma sapeva da sempre che erano nove, come le Grazie della mitologia, un po' investite dal fascino per bagneurs e bagneuses, della filosofia di Cezanne, di Matisse, che istintivamente aveva intramato alla storia siciliana, con la forza dei ventanni tutta aggrumata nella pennellata morbida, la creatività affidata alla naturalezza dello sguardo che osserva e corre oltre il Monte Pellegrino, e insegue le due vele che solcano lievi le acque quiete del Tirreno. Così si era messo sul treno perché fosse ancora Roma, dopo gli affreschi in casa e chiesa della terra di Zabut, le notti in una stanza della vecchia Via Alloro, i giorni dell'Accademia di Belle Arti; a imparare disegno e pittura, l'arte del nudo, lo sprone di Archimede Campini fino al conseguimento della maturità artistica, la grande pittura dentro i cataloghi di mano in mano, con Renato tra giurisprudenza e arte ancora, Lia Pasqualino e Nino, già insoddisfatto e irrequieto, col sangue siculo-africano, la testa a Parigi, che ne avrebbe poi contaminato l'ispirazione e segnato la strada, fino al riciclaggio dei rifiuti e all'assemblage con cui sarebbe entrato nei musei. Stavano maiali, galline e cani al vento, ignudi come i monelli, le passere sulle grondaie, a cavalcioni degli asini o mule i contadini, e tra capre e pecore, caprai e pecorai. Ma ogni volta lo sguardo pareva indagarne e coglierne un aspetto nuovo, non detto, inespresso. In Via Melozzo da Forlì nello studio di Guttuso c'era gia il bagherese Domenico Quatrociocchi , c'era Pizzinato, sicchè s'era rimesso in treno fino a Milano, dove aveva trovato un letto in un seminterrato, in via Guercino, con alcuni scultori e la loro modella, e aveva conosciuto Beniamino Joppolo, pittore drammaturgo scrittore, grande anfitrione degli emigrati siciliani in cerca di esperienze e fortuna: Salvatore Quasimodo già licenziato poeta da Acque e terra e Oboe Sommerso, seguito con attenzione dalla critica più accorta: Giuseppe Migneco che da anni aveva abbandonato Messina portandosi la Sicilia in tasca e dipingeva con fitto ardore espressionista, affidando la viva materia del colore al movimento tortuoso delle pennellate. E Birolli, intensamente coinvolto nella nascita di quella rivista di idee che sarebbe stata Corrente, e il povero Arnaldo Badodi, poi rimasto poco più che trentenne disperso nella disastrosa ritirata di Russia, alle prese con dimessi interni borghesi che riscattava con eccitanti effetti di colore. Tornò a osservare i sentieri aspri tra i contadini fiancheggiati d'assenso, d'aloe, coccole rosse di biancospino, siepi qua e là, tra i roveti dove s'annidano i merli e fiorisce la rosa canina. Un contadino tornava dai campi cadenzando malinconicamente una canzone tra uno schioccare e l'altro della lingua contro il palato, a pungolo della bestia. Aveva continuato intensamente con il nudo, dando vita a bagnanti in quieta armonia spaziale, tra gli scogli e in spiaggia, levigando le acque con il cobalto ancor lievemente affascinato dal periodo blu di Pablo Picasso, ma già specificatamente sua cifra personale nel paesaggio siciliano di case e ulivi, monti variegati da calanchi e fosse, brulli di maggese, rossi di sulla, con la pennellata larga e decisa, alla Sgarretta o nella Campagna di Ragusa, e di scogli e acque, acque terre, a La Caldura e a Cefalù, dove si era trasferito sei mesi per dipingerne in pace l'incanto della marina. E la passione per il ritratto - sì, certo, di scoperta pregnanza simbolica in Si, mira - l'aveva addestrata con l'esecuzione a distanza della "fidanzata", senza temere di contaminarsi con il medernissimo impressionismo, per metabolizzare nell'impasto dell'animo, suggestioni ed echi, ma con la consapevolezza di una Disfatta anche, lasciata a Palermo, con uomini e cavalli in una radura cintata di alberi, dov'era un ruotare plastico che dava tutto il senso del movimento e della lotta intrapresa per consumare il ratto e il possesso di una donna. Era stato un viaggiatore curioso, e narratore umile, candido nell'integrità morale, animo generoso, tra umanità e ideale, realismo e avanguardia, Cèzanne e Picasso, Courbet e Daumier, Mosca e Parigi, eppure sempre a Zabut, tra se stessi e la contraddizione di se stesso, tra oggettività e astrattismo, caduta e genio, ideologia ed esistenzialismo, documento e poesia. E tra privazioni e fame anche, in quegli anni milanesi, di tirocinio, di respiro a pieni polmoni delle suggestioni dell'arte moderna, ma infine stando nè di qua e nè di là, equidistante da Corrente e dai Novecentisti, con il richiamo della terra natale aggrumato attorno alla certezza che solo laggiù avrebbe trovato la sintesi di arte e pensiero, sentimento e colore, in una strettissima unificazione spirituale. Forse era stato costretto a tornare. Tra molti quadri dipinti e pochi venduti non era uno scialo; ma non si era mai pentito d'essere tornato a Palermo, d'aver preso la cattedra che ne avrebbe determinato il definitivo ancoramento all'isola, ai suoi motivi, alla sua storia. Anche se era bello pensare a Milano. E da Milano pensare alla Sicilia. Pensare a Maria. Una cosa sapeva con certezza. Avrebbe dipinto. Tele grandi e piccole, cartoni, compensati, faesite. E sarebbero stati oli, acquerelli, incisioni. A governarlo, la schietta spontaneità, le ragioni del cuore, senza porsi limiti e imbizioni, sicuro che in fondo poi vi era, nel molteplice darsi delle voci, più univoca delle altre, la sua matrice di tutto, dell'amoroso canto al Creato, egloga grande alla terra di Dio, alla terra creata con il fango. Ed era istanza di libertà insofferente dei clichè degli schemi, della cristallizzazione in forme più univoche e ripetitive , con la libera apertura a cicli e fasi, sorretto solo dal senso del dipingere bello. Cos' erano state bestie e cristiani, fidanzate e ninfe boscherecce, sogni e speranze, terre e cieli, amanti e donne del popolo, e la furia della natura che trema e inghiotte nelle viscere aperte case e ruderi di case, o erutta e sparge in lapilli il dolore che come un grumo si tiene, nel fondo, per il mondo, sicché era stata poesia, null'altro che poesia delle cose vive della fatica di vivere, con la costante tentazione d'alterare la cifra della riconoscibilità, il segno della ripetizione, della riproducibilità. Il ritorno dalle terre di Lombardia annuvolate dalle acque era stato un tuffo nella luce dei luoghi sperimentali nell'illimitata libertà dell'adolescenza orfana, che si riverberava nella colorazione esasperata dell'incanto del ritrovamento di case e chiese, strade di rozzo acciottolato con il rimbombo delle voci domestiche e la solitudine del feudo, di casali sperduti e mandrie rade condotte dai vaccari a cavallo, in una geometria di piani ondulati che dismagavano l'occhio abbagliato dall'abbacinante canicola. Attorno a Sambuca c'era un senso remotissimo del vivere, colline avvallamenti roccioni, l'elevarsi dei monti e il digradare delle valli, i campi composti dalla febbrile mano dell'uomo, aggiardinati nelle geometrie delle chiuse, ma nere terre arse, grigie terre brulle, marroni terre bruciate, terra aspra di nobile gente. Ed era natura riplasmata in proiezione personale, sua sempre la tavolozza e il fervore immaginifico, il quieto stridore di gioiosa malinconia. Quell'Estate a Vanera era stato prologo e incanto. Qui il colore si scioglieva in impasto informale, le cose perdevano il loro contorno, svaporavano in luce e ritmo, come a chiamare a una più compiuta indagine dell'essenza del mondo, del farsi del Caos primordiale in Genesi, sicchè infine era stato un intero lustro, o forse un decennio, di "Fluttuazioni" e di "Inni". Di impressionismo astratto, si sarebbe detto che continuava ad essere pittura di terra, mare e cielo, eppure così essenziale affinché dopo non fosse più come prima. Poi trema la terra di Sicilia, cadono case e chiese, e piangono le donne di Gibellina e della Valle del Belice asciutte lacrime, serrando il volto agli scialli sottratti alle macerie. Sicché è Terremoto dell'animo, di contrita doglianza quel raspare tra i detriti con lenta indolenza, a far sporta del poco rimasto, un ritratto superstite con l'immagine forse d'una morta bambina, un materasso abballato, il cassetto di un cassettone con qualche indumento, una bottiglia integra, pur nella fragilità del cristallo, simbolo quasi del cieco farsi della cieca inclemenza del destino. E poi magma rosso, incandescente, cenere a lapilli, fino alle pendici del vulcano. É Etna, tutta in un firmamento di fuoco, con lo sgomento nei volti dei carusi stretti al padre alla madre, in un blocco monolitico percorso da stupore, sgomento, primordiale accoranza per il mistero ancestrale del fuoco che inesorabilmente scende a valle sradicando alberi e incenerendo vigneti, dirupando casali e seppellendo viottoli e ntrazzere con il suo mantello di fuoco luttuoso, fino a "Concarazza", per farsi infine sciara nera crosta rugosa come il volto degli Uomini di S. Alfio, roccia inossidabile. Osservò le prime auto che imboccavano la stradina tortuosa che s'inerpica verso lo studio, con i sindaci dei paesi vicini i testimoni, il notaio, la stampa e il sindaco di Sambuca. Poi lo sguardo corse oltre, fino alla lingua sottile del mare che lambiva la costa, variegato dai colori del pomeriggio. Il ricordo si lasciò lievemente cullare fino a Favignana, al tempo di Mattanza, e ricordò con gioia gli anni trascorsi a dar ritmo e forza alla furia con la quale i tonnaroti ingaggiavano ferina lotta con la bestia marina pur braccata dall'intrigo astuto delle reti, asteri, spitteri, le bocche serrate alla fatica soltanto, poi che s'era smesso anche il canto, per dar mano all'opera in religioso silenzio, attenti al periglio che pur si correva, nella coralità dell'insieme. Fatica del mare e fatica della terra di cibi che sono in tavola da accompagnare con il pane. Si il pane. Ciclo dell'arte di tutta una vita, ciclo eterno della vita. Cibo quotidiano. Ma solo infine era pane. Di grano, ma bianco, denso e filante per accompagnare le cipolle; pomodori, lattughe, cetrioli d'estate, i fichi d'India in agosto, i fichi a settembre. La tonnina sottile in tempo di mattanza. Ma non sempre era pane. A volte il pane era solo ricordo, ed erano solo finocchi, cardi, cicoria, bietola e tutte le erbe selvagge. Ed erano giornate e giornate di fatica del popolo più umile soggiogato alla terra e tiranneggiato dalla volubilità delle stagioni. Ciclo d'amoroso impegno era stato, di tensione morale e sociale, con tele grandi come pareti, battezzate con i nomi antichi della tradizione millnaria della cultura siciliana, Pista, Spagliata, Vaglio. Reperto storiografico per immagini aveva detto qualche critico sbrigativamente, ma poi è ben altro che l'occhio che scorre indaga trasferisce all'animo, mediato dal simbolismo d'una coffa colma di pane posata sull'erba, sul lindo d'una tovaglia che sa di soda e di torrente, il casale sullo sfondo tra la macchia e il gialloro dei campi di frumento e pennellate fitte come solchi d'aratro. E sono volti macerati dal sole, con le rughe scavate dai grigi, da sfumature di nero, a far grinze di luna e doglianza, sguardo colmo d'accoranza di Cola Pirripiu, o di franca scaltrezza di Pirticana Vanniatura. Sicché è solco d'aratura che frane col chiodo la terra del declivio che s'invola nel giallo pallido dell'alba, o del farsi del tramonto, per quel darsi che era un tempo il travaglio alla terra da suli a suli, dall'alba al tramonto, con lo scarto del pasto soltanto; Pasto dell'aratore, fugace, accosciato tra le zampe dei muli col tascapane di poco pane e cipolla, il bummulo accanto con il quartino di vino della giornata. Solo più tardi è semina, tra i rigori dell'inverno che chiama ad accucciare frange di lana alla gola, o a proteggere il capo,le orecchie, con gesto largo a spandere i chicchi sulle zolle appena vangate e già pure indurite, col contorno violaceo dei monti. Ma poi è solo figurazione di colore e il colore è così combinato che il paesaggio di Sambuca s'apre allo sguardo e si lascia indagare mostrando i suoi echi lontani, D'Arles a tratti, sicché infine s'avverte il pulsare di un uomo che ha dato forma alle forme con un vissuto che ha remote appendici nella genesi dell'arte contemporanea, frutto di un artista che pulsa e compulsa di ratificata modernità. E, titanico cimento Le déjeuner sur l'herbe, d'un realismo figurale fino al dettaglio, di panieri intrecciati con sottili fili di curina. Ma poi è proprio il curato dettaglio del volto delle tre figure in primo piano, chiuse nel muto ritegno della fatica e della solitudine interiore, bocche cucite e mondi a sé, che narra tutta una storia interiore legata alla terra, fino a farsi essi stessi terra, essenza della vita dei campi, celebrazione di un unico ciclo vitale, della medesima appartenenza all'armonia del creato. Furono strette di mani cordiali, fino al saturarsi dello studio di ospiti e amici. E quando infine il notaio ebbe pronto l'occorrente per stendere l'atto notarile, il Maestro lievemente prese a dettare: "Dono al mio paese natale 190 opere da me fatte tra il a924 e il 1996, perché mi sento profondamente legato da un dolce sentimento di affetto a tutta la comunità sambucese, a tutti i miei concittadini che ni hanno seguito nelle vicende della mia vita e dell'arte e mi hanno sempre manifestato stima e ammirazione". Dalla finestra aperta guardai verso Sambuca e il paese mi parve più grande, più bello, più ricco.

Giuseppe Drago