"NÉ VERISMO, NÉ ACCADEMIA, MA POESIA."

Il pittore Gianbecchina nasce a Sambuca, presso Agrigento e vive e lavora a Palermo. È evidente che egli, siculo sangue purissimo, ha ricevuto e tratto il suo essere intimo di artista e pittore dalla madre Trinacria terra e lo ha coltivato con amore al suo paese natio dove egli bambino ha respirato l'aria dei monti e dei mari e dove si è nutrito delle prime sensazioni ed intuizioni pittoriche; le piante fiorite, i verdi prati, le bianche nevi, le aspre rocce, l'azzurro del cielo, la fauna e la flora di quella terra hanno dato forma, forza e poesia al pittore. Passando con lo sguardo i suoi lavori si pensa questo, e guardando in viso il pittore non è difficile scoprire la sostanza viva della sua sincerità e della sua devozione alla terra ed alla pittura ed intendere che il suo volere fermo sta alla voce che dentro gli parla. Questa semplicità oggi in un pittore è bella ed è rara; essa richiede forza d'animo ed un continuo esame di coscienza: si potrebbe affermare che richiede che continuamente si stabilisca il "PUNTO", come si sol fare sulle navi in navigazione, specie quando più grande può essere il pericolo. Gianbecchina potrebbe essere spiritualmente come quel suo pastore che, convinto e sano, morde il pane nel quadro "Il pasto": pesantemente seduto sulla terra nuda, appoggiato al basto dell'asinello, il pastore pensa ai fatti suoi e li sta ragionando; oppure si può scoprire l'animo del pittore in quel toro solitario che nella campagna vuol dare con un lungo muggito un segno della sua presenza al suo prossimo. Il quadro La Batìa è uno dei dipinti più chiaramente indicativi del carattere solido e semplice del Gianbecchina: buona ne è l'impostazione, netta e viva l'espressione, deciso il disegno e ben scanditi i piani; non è verismo questo e non è accademia di nessun tipo, ma è vera espressione e poesia dell'artista. Forse l'essere suo chiaro e gentilmente civile indica in lui la discendenza dagli antichi greci che furono, e perciò sono, nell'Isola: essi come tali hanno lasciato in quella terra un'eredità indistruttibile di umane e divine misure del pensiero e della forma e della bellezza: questa bellezza va intesa quale derivante dalla divina proporzione, sia nel rispetto della figura umana veduta nel suo spazio, sia nel rispetto della mente e dell'animo che devono ubbidire a leggi di armonia che sono poi leggi morali dentro un manto religioso. Non penso che al pittore Gianbecchina possa mai avvenire di trasformarsi al punto di non essere più in alcun modo riconosciuto, ma, per sane doti delle quali io dissi sopra, egli possa svolgere il suo pensiero pittoresco e, diciamo, il suo mestiere, verso mete anche più alte (intendo spiritualmente) per una perfezione che egli solo può sentire e desiderare entro l'animo suo.

Aldo Carpi