" IDILLIO E REALTA' IN GIANBECCHINA"

Il percorso artistico di Gianbecchina è saldamente legato a radici mai rinnegate e, tuttavia, le sue campagne, i suoi braccianti, le sue caprette, i suoi boschi, le sue trazzere, le sue lavandaie sanno di una realtà che trascende la propria dimensione storico-culturale e vuole comunicare a tutta l'umanità la scoperta di verità profonde ed immutabili. La curva cromatica dei suoi olii, di volta in volta adeguata alla scelta tematica, genera una grammatica compositiva istintivamente ricercata, che seduce la materia e il segno. Già in Notte, olio del 1940, il colore acquista un sapore nebulare e tende ad evadere dalla luminosità lunare in cui si iscrive l'ansia di spazi infiniti. Come le Madonne di Antonello da Messina gli asciutti zolfatari, gli emaciati ragazzi, il pastore assopito, i fieri sindacalisti, i dinamici potatori, il pensoso vaccaro, il sonnecchiante aratore, l'infreddolito bovaro, i concentratissimi pescatori, i sensualissimi amanti di Gianbecchina somigliano alla gente di Sicilia, ne hanno i rossi fuoco ad esprimerne l'intensità del sentire, sono immersi e si spiegano con l'implacabile vigoria delle morbide colline e della ribelle vegetazione che li alimentano, ma i loro occhi incavati, le pieghe dei volti, nette e decise, la rapsodica armonia dei loro gesti, la loro collocazione nello spazio tradiscono un'ansia di cielo e d'assoluto scopertamente denunciata in Eternità del 1972, e più implicita ma non meno intenzionale in tutti i volti di uomini e donne, e trasparente in Un poeta, ne Gli Scaturro e nel Campiere del 1973. Pittore impegnato, ma scevro di intellettualistici schematismi, innamorato della sua Sicilia, senza scadere nel folclorismo o nella ricognizione archeologica, dai colori plasticamente risaltanti ma rifuggenti ogni scultoreo immobilismo, Gianbecchina rappresenta l'esistere nel suo eracliteo divenire. In questo universo c'è spazio sentimentale per la disperazione della Donna di Gibellina e per i disgraziati che scavano tra le macerie del Terremoto - 1968, ma l'artista non rinuncia a cogliere la capacità della donna in rosso di raccogliere i resti delle sue cose, né la composta severità della donna dallo scialle azzurro, che fanno presagire l'immediata voglia di riscatto dalla sventura. Nella sua ottimistica tensione verso la gioia sono tratti ad esempi di vita scenica e pittorica anche indugi, analisi e meditazioni più propriamente idillici, quasi evocati da un passato prossimo ancora presente e fresco di scoperte emotive, a suggello della coesistenza immaginativa e fantastica dell'emozione visiva e della sua coscienza di uomo del Sud. La sua fede, il suo amore caparbio per la nostra terra, già splendidamente traboccante nelle geometrie de La mia terra e della Valle del Belice del 1940, nei prorompentiPizzi del Serrone e nell'esuberante vegetazione di Rincione del 1944, nei contrasti cromatici de La Busambra e nell'incendio di Estate a Vanera del 1957, sfuma nell'assolato Pagliaio del 1960, ha un'espansione immaginativa nelle volute dei Germogli e de "La grande messe" del 1965, cosicché il suo ritorno alla figurazione, dal 1966 ad oggi, esterna la raggiunta consapevolezza di una pennellata capace di plasticità figurativa e di cogliere nella sua piena essenzialità le sfumature viola degli azzurri fondali del Mediterraneo, i gialli solari di grano e girasoli, le intense sfumature della nostra pigmentazione. E la creazione di nuovi colori, la sottolineatura dei toni, che si rivestono ormai di una poliedricità quasi fonetica e lanciano allo spettatore messaggi acustici e stimoli immaginativi sono ormai perfetto tramite espressivo dell'intuizione di una natura che non tradisce mai i suoi figli, a dispetto di momentanei apparire. Se Leopardi, di fronte alla terribilità del Vesuvio sterminatore, non sa contrapporgli niente di più del profumo dei fiori della ginestra, Gianbecchina, in Etna del 1971, associa allo sgomento degli abitatori delle sue pendici l'estasi di contemplare la magia del suo rogo rigeneratore come una risorgente Fenice. Di tale soffio vivificatore s'alimentano i suoi amanti, sensualissimi ma casti della loro innocenza naturale, sia che le loro labbra si sfiorino sotto un albero quasi evanescente, sia che li avvolga un vortice marino, o che si pieghino alla morbidezza di spighe mature, o s'abbandonino al refrigerio ombroso di un rampicante. I loro corpi flessuosi, gli sguardi perduti nella passione, la felicità che si sprigiona dai loro esseri hanno la spiritualità profonda e recano la promessa di gioia illimitata, già implicite ne La fidanzata del 1939, ispirata da una splendida Maria, da allora ad oggi fonte di ispirazione della pittura e dell'esistenza del Maestro, arricchite e maturate in una vita di fede costante e indomabile nell'arte e nei valori positivi della vita.

Enzo Randazzo