"LA TERRESTRE POETICITA' DI GIANBECCHINA"

Parlare, per Gianbecchina, di legame con la terra è persino ovvio. Anzi bisogna dire che la sua pittura è fatta di terra, sin dalle sue prime prove, di terra siciliana: una terra diversa dalle altre perché ha il colore di uno smalto o di una lacca, piuttosto che quello della crosta terrestre (ocra o terra di Siena). Nella sua rappresentazione Gianbecchina non sembra essersi mai lasciato distrarre da pensieri o riflessioni che lo scostassero da questo suo costante alimento. La sua prova della verità è la terra: ciò che ne partecipa è vero, ciò che se ne allontana non è vero. Perciò l'uomo, il mulo, il filo d'erba, l'albero o la roccia, persino il cielo e il mare, sembrano uscire dalla stessa colata, impastati con lo stesso "fango" (il termine è qua usato in senso biblico). Sicché egli non dipinge paesaggi ma pezzi di crosta terrestre, e l'uomo non è figura in contrasto, termine di rapporto, ma natura esso stesso "fatto della stessa stoffa". Nella pittura antica, nel XVII e nel XVIII secolo si dava spesso il caso che un pittore facesse dipingere il paesaggio o le architetture da altri mestieranti, specialisti, e di sua mano aggiungeva la figura e l'azione. Ciò corrispondeva a una idea dell'uomo quale lo voleva il vecchio umanesimo: un centro a cui relativizzare ogni cosa; ma tuttavia un centro un po' astratto,un mito. Dio poteva diventare uomo (assomigliare a Tizio o a Caio) e viceversa. Oggi l'uomo sembra aver ritrovato una sua più elementare realtà, e così, nel moderno concetto, lo vede Gianbecchina. Benché la sua pittura sia esente da tutte le tentazioni che hanno intaccato (a torto o a ragione, per convinzione o per moda) tanti pittori della sua (e nostra) generazione, essa in un certo senso partecipa dei problemi che furono alla base dell'informale italiano (quello che fu detto "nuovo naturalismo"); ma vi partecipa spontaneamente, perché tale partecipazione esisteva già; era ed è l'essenza della sua pittura. Tale essenza appariva già chiara nei suoi primi dipinti, che io vidi all'Accademia di Belle Arti di Palermo al Papireto, intorno al 1936-37. Gianbecchina fu "allievo" di Pippo Rizzo, un pittore e un uomo che influì su tutti noi, non tanto per questione di stile o di maniera relative al suo modo di dipingere, quanto per la coscienza critica e culturale che suscitava in chi gli stava vicino. Anche nei dipinti più recenti, dove altri temi, accanto ai suoi più tipici, vengono affrontati, si rivela la terrestre poeticità di Gianbecchina. I suoi amanti si abbracciano tra le canne, tra l'erba alta, tra i fiori: nella natura, mescolati alla terra e a ciò che è della terra. Questa è solo una breve nota, quasi una lettera privata, e vuole solo indicare un aspetto suo di fondo; ed è importante sottolinearlo oggi, quando la sua opera è giunta alla piena maturità, ed è la riprova che la pittura di Gianbecchina costituisce un esempio raro di coerenza, di intensità, di autenticità.

Renato Guttuso