"NELLA REALTA' DI GIANBECCHINA"

Le visioni più attuali di Gianbecchina mostrano, con la coerenza di sempre, e, diremmo, con la tenacia che ha caratterizzato il suo lungo itinerario creativo, una realtà fortemente adesa alla civiltà agropastorale, al mondo del sofferto lavoro della terra. Un lungo capitolo delle arti figurative italiane costituisce, d'altronde, documento ineludibile delle condizioni in cui versavano le civiltà pre-industriali, o, delle necessità sociali rese troppo fragili nell'appagamento; registro delle umiliazioni che hanno soprattutto caratterizzato la sfera meridionale e che, durante la fase neo-realista, sono state ampiamente dibattute da tanta letteratura, da tanta e accorata poesia. Un mondo sofferente e civile, paziente e fiero, sconfitto, e, pur sempre, pregno di una innata umanità. Ma leggere la vasta opera di Gianbecchina soltanto sul fronte di un naturalismo e di un realismo documentario, sarebbe fare opera di grave riduzione critica. E, ancora, aumenterebbe la negligenza sugli altri parametri espressivi, estetici, che hanno connotato la struttura pittorica e morale di questo interessante artista. Per una sua lontana antologica (1984) avemmo a dire che in Gianbecchina, e in questa sua civiltà contadina, ci sia sempre stata la necessità di ripercorrere, con lirica partecipazione, i momenti di una cultura del lavoro esemplificata nei ritmi attraverso le grandi partiture cromatiche, i volti segnati da una sicilianità accesa e, a volte, violenta. In Gianbecchina s'è mostrato sempre urgente quel sentire il progetto creativo formato per istinto dalla propria matrice naturalistica, ed elaborato come un messaggio da produrre in un continuo equilibrio formale. Un artista certamente fedele alla sua identità territoriale, attento al linguaggio della sua cultura, protesa verso le condizioni di sofferte emarginazioni, per conquistare una visione di poetiche trasposizioni e di evocativo sentimento della memoria. Ma in questa sua opera s'avverte l'urgenza interiore nutrita dall'entroterra contadino, dagli umori della sua Sambuca di Sicilia, da quei trasalimenti visivi e intimi che portano il dettato espressivo di Gianbecchina verso esiti personali e carichi di fascino. Tra questi la sua particolare icona contemplativa, dove l'apparente carico mimetico viene a poco a poco stemperandosi per lasciare posto ad una affluenza di atmosfere intime, sfumature terrestri e vaghi lavacri del cielo, che impongono i suoi paesaggi come stralci di un commisurato espressionismo, capace di entrare nella piega più dolente della presenza umana del mondo. Ma il suo mondo è fatto di accese pigmentazioni, vorace e carico di pathos, sotteso da un raccordo emotivo ed umorale con una terra generatrice e, spesso, matrigna. La tensione percettiva, visiva, che coinvolge Gianbecchina, espone la sua immagine della realtà nella compagine di una forte carica sacrale; una immersione improvvisa, torrida, nella materia isolana, nel suo mare, nelle sue campagne, nella sua flora e fauna, e, soprattutto, nella sua anima leale e colma di luce mediterranea.

Aldo Gerbino