"LA DIMENSIONE DELL'IMMAGINARIO"

Visto che siamo in tema di ricordi, voglio aggiungere anche il mio. Io ho conosciuto Gianbecchina negli anni '45-'46 negli ambulacri del giornale "Chiarezza" che a Palermo allora era diretto da Salvatore Francesco Romano e aveva come suo redattore capo, ma di fatto era lui a fare il giornale, l'amico carissimo Marcello Cimino. "Chiarezza" fu un giornale d'avanguardia collegato in un certo senso con un altro giornale, che usciva a Milano, il "Politecnico", diretto da un altro siciliano, Elio Vittorini, al quale Salvatore Di Benedetto era legato da profonda amicizia e stima. Da allora incontrai spesso Gianbecchina che collaborava anche lui a "Chiarezza" con qualche articolo di critica d'arte e con qualche disegno. Nacque così un bel gruppo di giovani che si proponeva di sovvertire i canoni piuttosto retrivi della storiografia e della critica d'arte; chiunque avesse vaghezza di rendersene conto, può consultarne il reprint realizzato dalla "Società Siciliana per la Storia Patria" di Palermo. Dopo una pausa di alcuni anni, rincontrai Gianbecchina intorno agli anni settanta; ammirai due quadri suoi: "L'età della falce"e "Le dèjeuner sur l'herbe"al quale Gianbecchina aveva dato lo stesso titolo di un'opera famosa dell'impressionismo francese (anche se, naturalmente, le due opere hanno una valenza completamente diversa). Perché mentre per il primo, quello del francese Monet, è un quadro direi aristocratico dalle forme classiche con le quali contrasta quella "rottura" improvvisa costituita dall'introduzione di una figura femminile completamente nuda accanto a quelle maschili austeramente vestite (il quadro allora venne considerato scandaloso); l'opera di Gianbecchina, completamente agli antipodi di esso, esalta un altro tipo di aristocrazia - come pocanzi è stato sottolineato dall'amico Totò Di Benedetto - la nobiltà del contadino, dell'uomo della terra il cui volto si coniuga con le zolle fecondate dal suo lavoro: entrambi, contadino e terra, hanno quasi lo stesso colore terrigeno. Questi quadri mi fecero profonda impressione e quando ebbi più confidenza con Gianbecchina gli consigliai di completare il ciclo appena iniziato, al quale avrebbe dovuto dare un titolo sacrale: "Il ciclo del pane". Il pittore cominciò con un disegno a china che pubblicai su un quotidiano palermitano. Seguirono gli altri quadri ad olio di grande dimensione, ciascuno dedicato ad una tappa del "ciclo del pane": dalla semina alla "furnata". Sono quadri dalla tecnica perfetta, del realismo più raffinato e dettati dal cuore. Alla scuola di realismo Gianbecchina si era addestrato a Milano, ove aveva soggiornato a lungo ed aveva frequentato i maestri di questa corrente. Questo è quanto io posso dirvi sull'arte di Gianbecchina. Io non sono un critico d'arte, sono uno storico; e da questi quadri ho tratto la lezione che mi ha aiutato a comprendere la mia terra e l'idealizzazione di quella che è stata la grande età della Sicilia. Si deve a Gianbecchina la trascrizione del significato di essa sulla tela. Egli ha compreso e ha fatto comprendere il percorso della Sicilia rurale tra millenni e millenni della sua storia. Da circa sei o sette millenni la Sicilia è stata la terra dell'età della falce, la terra del ciclo del pane. La Sicilia è stata l'attestazione più completa della civiltà contadina e dell'economia agricola. Essa ha avuto i suoi aspetti tragici, ma anche i suoi aspetti suggestivi, profondi; ciascuno di coloro che hanno una certa età ricordano certamente tanti eventi, tanti episodi legati a quella che il Verga definiva "la vita dei campi" che è la fase più vera del percorso della Sicilia. In questi ultimi cinquanta anni essa è stata superata, ma non ha lasciato il posto, come negli altri luoghi dell'Europa, ad un'età industriale autentica, bensì a qualche cosa di misto, di confuso, direi quasi, in cui ci sono delle istanze verso l'industrializzazione, che del resto c'erano anche prima: non dimentichiamo la cosiddetta età dei Florio, nel corso della quale dagli anni ottanta del secolo scorso sino alla prima guerra mondiale, l'isola ebbe una grande industria che precedette quella del Nord, degli Agnelli, dei Donegani. All'età della falce è seguita l'età della burocrazia, il nostro è diventato un paese di impiegati, il cui ideale è il "reddito fisso", ben lontana dall'età degli imprenditori che fu presente da noi dagli anni settanta - ottanta del secolo scorso, nella quale operarono anche qui i veri imprenditori, grandi e piccoli e, accanto ad essi artigiani di grande valore che alla tecnica associavano l'arte. E qui concludo con l'analisi storica ed economica per riporre al centro di questo nostro incontro la nobile figura di Gianbecchina, uomo ed artista della Terra nostra.

[Massimo Ganci]