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| IL
VOLTO DEL SANTO |
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Questo volume nasce, d'intesa con
l'Istituzione Gianbecchina di
Sambuca di Sicilia, per volontà
collegiale del Polo universitario,
di numerosi Clubs-Service della
Città di Agrigento e di alcuni
Ordini professionali.
Non si tratta dell'ennesima, sia pur
importante, iniziativa culturale
quanto piuttosto della concreta
attuazione di un'operosa azione
collegiale, finalizzata ad affermare
l'importanza delle collaborazioni
multisoggettuali nella realizzazione
di virtuosi percorsi culturali, nel
segno dell'arte e della
valorizzazione delle migliori e più
nobili risorse umane del territorio.
Gianbecchina è espressione alta, a
dimensione internazionale, dell'arte
siciliana e agrigentina in
particolare: le sue opere ne
tradiscono l'origine e traducono, in
termini fortemente espressivi, la
realtà del nostro territorio.
Si colgono, in tutta la produzione
del Maestro, il profumo, i sussulti,
le sofferenze della Sicilia e dei
Siciliani ma, al tempo stesso, non
manca mai il tributo riconoscente al
miracolo della vita e, con esso,
l'affermazione di una popolare
devozione religiosa. Con questo
testo, ricco di riferimenti testuali
ma soprattutto iconografici, si
intende tributare un doveroso
omaggio alla rappresentazione del
sacro secondo Gianbecchina.
La contestuale presentazione al pubblico dell'inedito trittico "Il volto del Santo "
apre uno spaccato, significativo e chiarificatore, sulla predisposizione dell'artista
a conferire al Cristo le sembianze dell'uomo, anzi degli uomini del profondo Sud, con
il loro carico di dolori e sofferenze, con i tratti somatici marcati dal sole, dalla
salsedine, dal lavoro dei campi.
Cristo come metafora dell'uomo e della vicenda umana: un modo,
espressivo e convincente, per affermare una religiosità concreta
e popolare, ma al tempo stesso profonda e sinceramente sentita.
Gianbecchina finisce, in tal modo, per afferire pienamente alla
dimensione religiosa, al cosiddetto "perimetro del sacro", sebbene
il suo percorso artistico vi resti apparentemente estraneo.
Il recupero di questi valori, perenni e non caduchi, sta alla base
dell'esperimento editoriale e delle collegate
iniziative culturali, promossi e realizzati dal Polo universitario,
dai Clubs Service e degli Ordini professionali
di Agrigento: per affermare il primato della cultura e
dell'arte; per vivere con religiosità laica il tempo presente;
per indicare ai giovani la strada dell'impegno creativo; per
tramandare i valori migliori della nostra terra.
Roberto Lagalla
Presidente del Consorzio Universitario della Provincia di Agrigento
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| GLI
AFFRESCHI |
L'attività
di frescante (mostra sue
realizzazioni sin dal 1948) pone
Gianbecchina con altri artisti
siciliani del tempo (Michele Dixit,
Alessandro Manzo) tra coloro che
la cifra dell'arte devota ha, da
sempre, esercitato un vivido
interesse. Intervenendo sull'arte
di Pericle Fazzini, Mario Pomilio
si chiedeva: «É possibile
al giorno d'oggi un'arte sacra, o,
più precisamente è in grado
l'arte d'oggi e quali livelli e
per quali vie esprimere il
sacro?». O ancora, rovesciando
quasi la domanda: «Può il sacro
essere una forma della nostra
odierna sensibilità, il modo, una
via per leggere il nostro
tempo?». E alla domanda, nel
corso di un incontro urbinate
sulla Resurrezione di
Fazzini - opera presente ai Musei
vaticani -: «Chi è per te
Cristo?», Fazzini rispondeva:
«Cristo per me è stato un uomo
straordinario. É difficile parlare
di Cristo, così improvvisamente,
come mi si chiede, ma insomma, io
so che lavorando alla "Resurrezione" ho vissuto dei
momenti come in trance».
L'arte
sacra, dunque, è morta, come da
molte parti si è sentito dire, o
riaffiora camuffata, assoggettata
a tendenze, gusti,
serpiginosamente, attraverso tutte
quelle proiezioni della
figurazione che nulla hanno a che
vedere con l'oggetto sacro o con
l'immagine devozionale? Se per
«sacra» bisogna intendere in
modo esclusivo quell'arte che
ripropone i temi evangelici,
liturgici, cristologici, bisogna
dire allora che la sua proprietà
d'impregnazione e il suo sviluppo
si sono notevolmente ridotti.
Il sacro, per altro, - ci dice
Mircea Eliade - si manifesta sotto
qualsiasi forma, in qualsiasi
luogo del mondo profano
incontriamo, dunque, nell'uomo a
tutti i livelli lo stesso
desiderio di obliare il tempo
profano e di vivere nel tempo
sacro. Di vivere cioè quella
sacralità che è in ogni atto
creativo e che si sostanzia
nell'atto creativo. In questa «sustanzialità»
sono enucleabili le prime risposte
alle diversificate attese.
L'arte religiosa,
come annota Fallani (e verso la
quale Gianbecchina ha mostrato, al
di là della stimma sacrale già
insita nella sua pittura realista,
un continuo interesse sin dagli
interventi su Casa Professa di
Palermo del 1948,
a quelli della chiesa Annunziata di
Caccamo del 1950-'52
dove
sviluppa i temi della Vergine
incoronata e
della Moltiplicazione
dei pani fino
alle numerose «pale d'altare»
commissionate in tempi più
recenti), allora deve essere
intesa nel suo significato più
esteso. L'artista deve sempre
rivelare «il bisogno di una
ascesa dalle cose sensibili a
quelle spirituali». D'altronde
alla evidente diminuzione della
committenza d'arte sacra,
l'ufficio dell'artista nei
confronti del sacro viene a
privilegiare in maniera più
esclusiva il proprio bisogno di
spiritualità, appagandosi
attraverso la propria
«produzione», che diventa ponte
tra il sensibile e il metafisico.
Ecco così in questa fine d'epoca
la necessità di appropriarsi
della spiritualità, e anche (nel
modo in cui persiste
Gianbecchina), della valenza
devota; elementi questi che si
contrappongono all'incremento
della tecnologia tautalogicamente
perseguita (non alla scienza
sospinta dall'etica), al degrado
post-industriale, all'esasperante
groviglio delle comunicazioni
fredde, con una esigenza più
avvertita di rapporti interumani,
di ricerca mistica, di
consapevolezza spirituale, quindi
di confronti oltre la fisicità.
Allora sacralità, spiritualità,
religiosità o proiezione
«santa» dell'arte, secondo più
attuali espressioni, consentono di
stabilire che vi è una differente
articolazione del concetto di
sacro, proprio perché artisti,
apparente fuori dalla dimensione
religiosa, possono afferire al
«perimetro del sacro». E
Gianbecchina attinge sia ai
parametri di quella specifica
sacralità posta per sua natura
nella poetica che lo ha sempre
guidato, e alla religiosità
(devota) promossa, da oltre
cinquant'anni, con la sua
attività di pittore d'affreschi. |
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