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Mezzo
millennio fa Leonardo sentiva pulsare
la vita nel grembo immenso della Madre
Terra. Come in un unico organismo,
organizzato intorno a poche ma precise
regole universali, secondo il maestro
toscano il mondo naturale vive, si
muove, respira all'unisono, seguendo
il ritmo paziente e potente di una
continua rigenerazione. I dipinti e i
disegni sono la manifestazione
visibile delle teorie di Leonardo, ma
ancora più esplicito è un passaggio
letterario, rimasto a lungo celato
nella segreta scrittura dei codici.
Per una imprevedibile combinazione,
specie nella sua parte finale questo
passo leonardesco oggi posseduto da
Bill Gates pare ispirato al paesaggio
siciliano: "nasce le penne sopra
li uccelli, e si mutano ogni anno; li
peli sopra li animali, e ogni anno si
mutano; nasce l'erbe sopra li prati e
le foglie sopra li alberi, e ogni anno
in gran parte si rinnovano.
Adunque potremmo dire la Terra avere
anima vegetativa, e che la la sua
carne sia la terra, li suoi ossi siano
li ordini delle collegationi de sassi
di che si compongono le montagne, il
suo tenerume li tufi, il suo sangue
sono le vene delle acque, il lago del
sangue che sta d'intorno al core è il
mare oceano, il suo alitare è il
crescere e il decrescere del sangue
per li polsi e così nella terra è il
flusso e reflusso del mare, e 'l caldo
dell'anima del mondo è il foco, ch'è
infuso per la terra e la residenza
dell'anima vegetativa sono li fochi
che per diversi lochi della terra
spirano in bagni e in miniere di zolfo
e in vulcano, e Mongibello di Cicilia".
Queste remote e poetiche parole che
parlano di terra e di mare, di
montagne e di acque, di zolfo e di
Mongibello, potrebbero essere la
didascalia complessiva, la chiave di
lettura dell'arte di Gianbecchina.
Nelle sue tele e nei suoi folgoranti
disegni ritroviamo un analogo senso
serenamente inesorabile del ricorrere
dei tempi e delle stagioni, legato al
calendario perpetuo della natura,
così diverso rispetto alle scadenze
cronologiche scandite dall'agenda
dalla contingenza, dalla cronaca,
dalla storia. É un tempo che non
procede in linea retta da un
"principio" a una
"fine", ma invece descrive
orbite circolari, pronto ogni volta a
riprendere il suo percorso di cicli
stagionali o di generazioni che si
avvicendano. La pittura di
Gianbecchina ha attraversato quasi
interamente il XX secolo, ma i colori,
i volti, i paesaggi non appaiono mai
mutati: appartengono, per tornare alle
parole di Leonardo, all'arcano
"flusso e reflusso del
mare", partecipano al
rinnovamento annuale della natura, si
rinnovano spontaneamente.
Spetterebbe allo storico dell'arte il
compito canonico di definire periodi,
stili, influenze, passaggi: anche
Gianbecchina non sfugge a questo
esercizio. Osservando in parallelo la
sua vicenda biografica e la sua
produzione, non è difficile scandire
una sequenza didascalica che a
beneficio del visitatore identifica,
quanto meno, la fase di affinità con
Corrente durante gli anni Trenta, poi
il neo-cubismo applicato a temi
sociali affini alle istanze del Fronte
Nuovo delle Arti (quando si fa intenso
e reciprocamente fecondo lo scambio
don Renato Guttuso), più tardi ancora
, nell'interludio astratto degli anni
Sessanta, il dialogo con i maestri
dell'informale e con il movimento dei
cosiddetti "nucleari".
Questa periodizzazione, sia pure
corretta e verificabile, non coglie
però l'intensità, la profondità di
Gianbecchina. Certo, può essere utile
per aiutare il visitatore a orientarsi
fra le date e dimostrare la perfetta
sintonia fra la traiettoria creativa
dell'artista siciliano e il dipanarsi
dei movimenti più vitali della
pittura italiana, non senza
significativi riferimenti
internazionali. Davanti ai quadri di
Gianbecchina, tuttavia, ogni tentativo
di definire fasi e tempi rischia di
risolversi in un esercizio di
carattere pedantesco. Gianbecchina
stesso allude al particolarissimo
rapporto con la storia e con il tempo
dipingendo nel 1950 gli affreschi
neobarocchi di Caccamo, in parte
risarcimento dei danni della guerra,
in parte autonoma espressione dello
spirito di artista che non cerca la
contemporaneità a tutti i costi, o,
meglio, che confronta il proprio
essere attivo nel presente con
parametri spazio-temporali più
larghi, indifferenti alla cronaca. E
lo stesso effetto di straniamento, di
indifferenza nei confronti del
"moderno" si applica a tutta
la produzione del pittore, dai saggi
della prima giovinezza fin o
all'"opus magnum" della
maturità, la grandiosa Mattanza
compiuta nel 1975. Un'opera dedicata
al mare che viene immediatamente
seguita da un altro meditatissimo
capolavoro, ispirato questa volta allo
scenario dei campi, quel pasto di
contadini consumato in silenzio, come
un arcano rito sacro, al quale
Gianbecchina ha imposto con sovrana ma
anche un pò amara ironia il titolo di
Le déjeuner
sur l'herbe.
Come dicevamo, può apparire agevole e
perfino gratificante per lo storico
riconoscere consonanze e rapporti, e
collocare Gianbecchina in una
prospettiva che non solo riguarda
l'intero fluire della storia della
pittura italiana del XX secolo, ma si
dirama specificamente in peculiari
generi: il paesaggio, il ritratto, la
scena sociale, il nudo, la natura
morta, e così via. La verifica delle
date dimostra in modo evidente la
straordinaria precocità e la
felicità delle scelte di
Gianbecchina: alla data del 1930 ben
pochi pittori italiani avrebbero
potuto concepire la freschezza e la
libertà di un piccolo capolavoro come
il Concertino
in terrazza, fresco e sonoro
nel colore quanto totalmente
svincolato dalle pretese di
ufficialità e di accademismo
nell'arte del momento. E, scorrendo
anno dopo anno l'evolversi non solo
dei temi ma anche dei formati,
possiamo rintracciare altre sorprese
del genere, e scoprire un
Gianbecchina all'avanguardia,
precursore e non debitore. Con la
sensibilità di un rabdomante,
collocato magicamente all'incrocio
delle rotte meridionali, dalla sua
Sicilia Gianbecchina coglie e
interpreta molte suggestioni che si
intrecciano sulle acque e nei cieli
del Mediterraneo, dalle luci della
Costa Azzurra evocate da Matisse agli
scenari campestri dei paesaggi dipinti
dal giovane Mirò. Il confronto non si
limita dunque all'eventuale rapporto
con i colleghi italiani (dapprima il
parallelo con Birolli e Sassu, poi
l'evidenza relazione con Guttuso, poi
ancora, in anni recenti, con i maestri
della nuova figurazione), ma si sposta
su un orizzonte più allargato.
Eppure - tocca ripeterlo -, se è
possibile mettere le opere di
Gianbecchina a confronto con le pagine
di un manuale di storia dell'arte del
Novecento, scorrendo in parallelo i
lunghi decenni di una carriera
portentosamente dilatata lungo l'arco
quasi di un intero secolo, questo
approccio tradizionale e catalogatorio
si dimostra ben presto insufficiente,
o persino dannoso. Si capisce quasi
subito, fin davanti alle opere di un
ragazzino precocissimo, dotato di un
talento spontaneo per il disegno, che
non sono questi gli strumenti con cui
vedere e comprendere Gianbecchina.
D'altra parte, sarebbe sbagliatissimo
limitarsi ad ammirare una sorta di
dono naturale, e, osservando i temi
più frequenti delle opere e il loro
immediato realismo, fare di
Gianbecchina una sorta di naïf, nato
nello scenario assolato di Sambuca
Zabut invece che vicino agli umidi
argini del Po. Al contrario, siamo di
fronte ad un artista di forte tempra,,
esercitato ed aggiornato, che ha la
capacità di comprendere fin da
ragazzo l'importanza di non perdere
mai il contatto con la terra. Come
il mitico gigante Anteo,
Gianbecchina trae forza e nutrimento
dalla realtà cruda e intensa della
campagna: per lui dipingere è prima
di tutto un'attività
"morale" e decorosa. La
svolta culturale avviene all'inizio
degli anni Quaranta, quando
Gianbecchina si ispira agli stessi
temi sociali che animavano l'arte di
Guttuso e degli altri esponenti del
Fronte Nuovo delle Arti, ma
spogliandoli completamente da ogni
intonazione politica e polemica.
Gianbecchina, al contrario, partecipa
in modo diretto e intensamente umano
della fatica. Davanti alla tela, con i
pennelli in mano, il maestro non si
sente dissimile da uno dei suoi
personaggi: dipinge con semplicità,
con gesti che affondano nei millenni,
come un contadino semina, ara,
raccoglie. Il quadro è come un campo:
i pennelli tracciano solchi, i colori
fanno nascere le forme, la luce esalta
l'emozione. Gianbecchina conosce la
pazienza del contadino s attendere la
maturazione: i risultati di raccolti
troppo frettolosi risultano acerbi,
non hanno sapore, si gettano via con
l'amarezza di un lavoro sprecato.
Legata ai tempi, agli scenari e agli
aromi di queste sue arcane "nourritures
terrestres", la pittura di
Gianbecchina si srotola davanti ai
nostri occhi con una semplicità
disarmante: figure monumentali e
solenni, uomini e animali definiti con
un segno implacabile, grandi masse di
alberi, campi, montagne, rocce. Più
raramente, quasi con un brivido,
compare l'affaccio verso
l'indeterminata lontananza del mare.
Già, perché nell'arte del siciliano
Gianbecchina il mare si
"vede" relativamente poco.
La sua pittura riesce a farci cogliere
il soffio la luminosità, il respiro
del mare pur senza rappresentarlo, e
"girando" la scena verso
l'interno, verso la terra. Una terra
carica di colore, densa, piena,
consistente, dove dominano il giallo,
il rosso e il verde, e sulla quale,
piantati come alberi nodosi, affondano
le proprie radici anche gli uomini.
Sui volti di chi coltiva la
terra si incidono i solchi millenari
di fatiche e di sudori ineludibili (si
veda, ad esempio, l'impressionante
Scrittura del tempo, 1975), ma non
avvengono mai drammi sanguinosi come
quelli che arrossano il mare della Tonnara.
L'immensità del mare sgomenta
Gianbecchina: per lui, come per i
nostri antichi antenati greci, il mare
è la superficie dell'ignoto, la
distesa "che non si ara", la
prospettiva dell'avventura e
dell'imprevisto. La terra, invece, è
lo spazio del possibile, il luogo
dell'esistenza, l'origine e il destino
dell'uomo. Certo, anche la terra
reclama i suoi tributi: nel 1971
Gianbecchina sale come Empedocle sulle
pendici dell'Etna per assistere a una
eruzione, e, soprattutto, partecipa
con accorata intensità alla tragedia
della gente coinvolta nel terremoto
del Belice (1968). Eppure, anche nel
momento più straziante del
sacrificio, Gianbecchina resta fedele
al culto della Madre Terra: sul labaro
dipinto nel 1970 per l'anniversario
della catastrofe scrive "Gridano
le pietre di Gibellina", per
ricordarci che le "cose"
della terra non sono ostili all'uomo,
ma gli sono compagne, solidali con i
suoi drammi. E in un dipinto del
1952 sul carrellino spinto dal
minatore lo zolfo riluce come lingotti
d'oro.
L'eternità della terra, e non il
trascorrere del tempo è il filo
conduttore lungo il quale si allinea
la pittura di Gianbecchina. Per
questo, dopo aver passato un po' di
tempo nella registrazione scolastica
di fasi e influssi, e aver notato
differenze anche profonde fra le opere
di decenni lontani, ci si accorge che
la sua pittura è in fondo sempre
simile a se stessa, disegnando un
percorso di una coerenza lineare e
immediata. Gli stessi identici colori
ricorrono lungo tutto l'arco della
produzione del pittore, gli scenari,
le case, le figure, i punti di vista
si ripetono: i paesaggi, tenacemente
anonimi, sono lontani da qualunque
tentazione di scivolare nel
"pittoresco", e persino gli
abbigliamenti e gli attrezzi dei
personaggi restano immutabili,
insensibili alle mode. In nessun
quadro di Gianbecchina, fino agli anni
Novanta, si rintraccia l'accenno ad
una "macchina", a un motore,
a qualcosa che possa sovvertire o
modificare i ritmi imposti dalla
natura.
A questo punto potrebbe insinuarsi il
dubbio di una sorta di
"disimpegno" da parte
di Gianbecchina, come se si trattasse
di un disincantato e rassegnato
cantore di una Sicilia contadina,
inesorabilmente arretrata, scivolata
fuori dalla storia. Non è così.
Ribadita la piena partecipazione di
Gianbecchina alle vicende culturali e
storiche del Novecento (come
testimonia anche il vivace carteggio
con colleghi pittori, con scrittori,
con critici all'avanguardia), la sua
è una scelta poetica intensamente
vissuta. Gianbecchina non è e non si
sente "anacronistico":
semplicemente, misura il tempo in modo
diverso. Grazie a Gianbecchina,
ritroviamo l'intensità sacra e
ancestrale del nostro essere su questa
terra: il seme che si fa grano, la
fatica che diventa uva sono i simboli
di una dimensione sacra
dell'esistenza, in cui il pane e il
vino vengono condivisi fra tutti. In
questa chiave, Gianbecchina interpreta
la pittura non come mezzo per ottenere
consenso, e neppure come espressione
individuale di ricordi, emozioni,
pensieri. Attraverso i pennelli ed i
colori, Gianbecchina dà voce a una
storia corale, che pur mantenendo una
intensa caratterizzazione locale non
cade mai nell'aneddoto dialettale. La
lentezza solenne, la solarità
diffusa, la nobiltà intrinseca nei
gesti e nelle espressioni conferiscono
all'epopea terrestre e contadina di
Gianbecchina un significato
profondamente umano. Fra le crescenti
dissonanze delle nostre città, nella
fretta che ci attanaglia in ogni
momento, tra le luci sempre più
artificiali dell'assedio mediatico che
ci stringe, i quadri di Gianbecchina
ci aiutano a ritrovare una dimensione
naturale indispensabile nel nostro
vivere. Ci accompagnano in un
itinerario dentro noi stessi, fino a
farci sentire che quella terra di
Sicilia su cui si ama e si fatica, si
parla si ascolta, si vive e si muore
è un pò la patria di noi tutti, la
radice comune e il destino della
nostra esistenza. Possiamo forse
essere distratti dall'ossessione del
cellulare che vibra e trilla nella
nostra tasca: ma Gianbecchina ci fa
capire che la nostra "vera"
storia è ancora quella dell'Età
della falce, fissata nel giallo
avvampante del grano maturo in una
grande tela del 1976.
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