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Per poter
leggere nell'anima di Gianbecchina e
portare alla luce il suo più segreto
filo creativo, credo si debba
cominciare dagli acquerelli che sono,
come larghezza, spontaneità
cromatica, senso della impaginazione,
cosa diversa dalla sua pittura, così
legata e implicata nel segno. Si
tratta di una imbastitura larga,
eppure definita, di piani e di spazi
nella lezione degli acquerelli di
Cézanne, che sono solo in apparenza
delle testimonianze di natura, in
realtà dei pretesti per quell'inno
all'ordine, all'armonia, ai grandi
equilibri del creato, per via di
invisibili, ma presenti
geometrie. L'andante
architettonico dei pur fluidificati
tocchi è una costante di questo
Gianbecchina segreto. Il gesto felice
dell'acquerellista è anche il gesto
felice del pittore informale. È
interessante vedere per es. negli
acquerelli del tondo dell'altipiano
ibleo quante siano le implicazioni
cromatiche e gestuali e come
nell'opera ad olio il segno e la
materia assumano uno sviluppo di
grandeggiante e solenne apologia del
sensibile, quasi che l'immagine fosse
nata oggettiva e realistica fin dalle
piccole e più dirette
dimensioni. Questi tondi minori
non ripetono mai l'argomento dell'alberone
in primo piano, ma esprimono la gioia
del pittore davanti a una parte di
paesaggio circoscritta da un cerchio,
una specie di oblò nella navigazione
incantata dentro il territorio
siciliano, il senso di una boccia di
cristallo dove si rifletta la natura
senza deformarsi, di un enorme
specchio tondo issato a un gomito di
strada, entro il quale occhieggi un
verde di paradiso; non c'è mai nelle
scelte formali, di dimensioni
tecniche, tagli di carta e di tela,
nulla di fine a se stesso; ogni scelta
di officina in Gianbecchina ha, come
si vede, una ragione d'amore.
Gli acquerelli di Gianbecchina
accompagnano tutta l'opera
dell'artista e talvolta
l'approfondiscono; per es. nel periodo
informale sono gli acquerelli che per
folgorazione emblematica sopravanzano
i quadri; come pure nel ciclo delle
eruzioni dell'Etna (1971) la sintesi
dei rossi, la insorgenza delle
emozioni calamitata dal gesto, fanno
di alcuni acquerelli in argomento le
testimonianze più liberate.
D'altra parte questa larghezza di
tocco, questa felicità compositiva in
virtù di un dono cromatico nativo si
festeggia fin dal principio della sua
carriera, sia quando con Lia
Pasqualino Noto, Guttuso, Barbera,
Franchina intorno al 1930 aveva fatto
un sodalizio di anticonformismo tra
Palermo, Bagheria e Cefalù. Il
senso del bel dipingere, libero, non
concettoso e nemmeno tributario dei
"miti" del Novecento, è
stato diagnosticato da uno dei
maggiori studiosi dell'artista, Franco
Grasso: "Niente Carrà e niente
Sironi - osservò icasticamente - Van
Gogh e Cézanne semmai".
Egli col suo candore e con la sua
interezza morale, privilegiò la
necessità del racconto, si fece un
narratore pieno di umile amore verso
braccianti, carusi, marinai,
pescatori, uomini della pietraia,
delle arance, del grano, dei girasoli,
spigolatrici, un empito di esistenza
così poderoso. È da tener
presente che le composizioni di
Gianbecchina "La
contrattazione", "La
famiglia" (1944-45) in chiave
fortemente realistica sono anticipi
della tendenza nazionale al
neo-realismo. Quanti quesiti,
quanti problemi vitali, appassionati,
suscita l'arte agitata, trepida,
specchio di anima generosa, di
Gianbecchina! Non v'è fase pittorica
del maestro che non abbia una ragion
d'essere umana e ideale, che non sia
documento esistenziale di un uomo
d'arte. L' umanità dell'artista, la
sua capacità di contraddirsi, di
essere insieme oggettivo e astratto, o
in uno stesso anno o alternando nella
sua lunga ed operosa carriera fasi
quasi polemiche di pittura
documentaria a fasi di liberazione
astratta, pongono l'artista in una
posizione diversa, aperta, che
appassiona lo studioso e l'amatore
d'arte in virtù quasi dello sviluppo
drammatico della sua officina.
Non dobbiamo trascurare, come monito
alla nostra umiltà, alla nostra
attenzione, il fatto che l'artista
gode di una profonda estimazione,
diciamo pure popolare: non v'è
collezionista, in specie siciliano,
professionista innamorato della sua
terra, il quale non ambisca ad avere
in casa un quadro di Gianbecchina, che
è il canto alla Sicilia nei suoi
aspetti più vitali anche se arcaici,
una Sicilia senza tempo, dove tutto
ancora si muove, si attua, si ama (dal
ciclo del pane a quello degli amanti,
da quello dei mestieri e degli
attrezzi, a quello della tonnara a
misura d'uomo), in una situazione di
lavoro specchiato alla terra, di tipo
preindustriale, come in gran parte è
ancora in Sicilia.
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