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La
mattanza - uno dei riti più cruenti,
e, quasi per contrasto, più vitali
del mondo mediterraneo - acquista
nell'affresco pittorico di
Gianbecchina il valore di un recupero
della memoria nel momento in cui in
Sicilia anche le grandi tonnare ancora
in esercizio si accingono a
smobilitare. È un tema svolto
dall'artista con tutti i mezzi
espressivi della sua tavolozza: chine,
disegni, oli. Tra questi ultimi,
c'è la grande tela di tre metri e
quindici per due metri e settanta che
Gianbecchina completò tra le due
estati del 1973 e del 1974 dopo avere
assistito nelle acque di Favignana ad
una mattanza, ricevendone una forte
emozione. È una immagine solare e
spietata come la tonnara stessa: ferma
il momento conclusivo della feroce
lotta tra l'uomo e la bestia marina
che da millenni segue, per un istinto
ancestrale, un misterioso itinerario
di morte all'interno delle correnti
calde del Mediterraneo.
Gianbecchina ha ritratto i pescatori
nell'atto di tirare a bordo, compiendo
uno sforzo enorme, il tonno ancora
vivo e sanguinante mentre attorno
l'acqua spumeggia di rosso. Questo
dipinto è stato esposto più volte: a
Palermo - all'antologica dell'artista
alla Galleria d'Arte Moderna -,
all'Arengario di Milano, e poi ad
Agrigento, Trapani e Favignana in
occasione della "Settimana delle
Egadi" del 1980. Gli altri
dipinti illustrano i vari momenti di
un rituale dalla movenze arcaiche che
si consuma in mare. Gianbecchina, come
sempre, rivolge la sua attenzione
all'uomo e al suo lavoro. Ed ecco i
tonnaroti stravolti dalla fatica, ecco
i loro visi duri, le loro braccia
muscolose, le loro mani forti nella
presa dell'arpione. Ecco il rais
dal volto rugoso che sa guardare
lontano. È una rappresentazione
vivida, piena di movimento, di vita e
di colori, espressa con limpidezza,
senza incertezze; con il linguaggio
della realtà. Gianbecchina, il
pittore della civiltà contadina il
ciclo del pane, il ciclo dell'uva -,
qui con coerenza umana e artistica
offre una testimonianza e un
documento.
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