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Si
chiamava ancora Sambuca Zabut il paese
dell'agrigentino dove nasceva, nel
1909, Giovanni Becchina. L'emiro
Zabuht vi aveva edificato il suo
castello, e Guglielmo il Buono non
aveva cancellato quel nome rimasto a
testimoniare per un millennio la
pacifica convivenza di etnie e di
lingue in un territorio a lungo
disputato per la sua fertilità - come
tutta la zona tra il Belice e il
Platani - tra Punici e Greci e Romani,
tra Arabi e Normanni e feudatari
aragonesi. Tra tante invasioni e
dominazioni si era maturata in quei
luoghi una stabile civiltà contadina
erede di un'antichissima cultura
mediterranea. Né mancava certamente
in quel centro agricolo la presenza di
esperti artigiani - scalpellini,
intagliatori, decoratori - tra i quali
si andava differenziando una
particolare vena artistica. Era quasi
un patrimonio genetico che si
trasmetteva di secolo in secolo: fra'
Felice da Sambuca, affreschista e
ritrattista del '700, salì in tanta
notorietà da essere chiamato a
dipingere a Roma; il sambucese Antonio
Guarino, emigrato a New York con la
famiglia nell'ultimo Ottocento, ancora
adolescente fu apprezzato e premiato
nella metropoli prima di rientrare in
Italia; Alfonso Amorelli, lasciata
Sambuca per compiere gli studi
artistici, già negli anni Venti
partecipava con successo alle mostre
nazionali. Nell'ambiente
artistico siciliano degli anni Venti
il talento di Gianbecchina si rivela
in modo del tutto inconsueto: dal
paese nativo approda a Palermo alla
fine del '25, diciassettenne, dotato
soltanto delle sue esperienze di
pittore autodidatta, che pure gli
consentono di ottenere l'ammissione
all'Accademia. Lo spinge l'ardente
voglia di entrare nel mondo dell'arte,
di perfezionare i suoi mezzi
espressivi, di arricchire la sua
cultura. In verità l'Accademia
poteva fornire ai discepoli
insegnamenti tecnici utili alla
formazione del mestiere, ma non era in
quell'epoca il luogo ideale per aprire
il giovane alle moderne ricerche: era
dominata infatti dalla vecchia
generazione dei maestri
dell'Ottocento, ormai quasi tutti
adagiati sugli allori delle passate
glorie, arroccati nel sistema, tanto
da restare indifferenti o apertamente
ostili alla breve ventata futurista
animata da Pippo Rizzo. Esistono
però alcune opere del nostro artista
che provano l'alto livello da lui
raggiunto in quegli anni: ad esempio
gli Agrumi del '28, la cui qualità
induce ad interrogarsi in quali fonti
remote egli abbia attinto stimoli e
suggestioni tali da concepire quei
raffinati accordi cromatici, quella
freschezza e sicurezza di tocco:
lavoro invece scaturito dal suo innato
istinto pittorico. Le rarissime
opere del periodo dimostrano che
l'artista ventenne non ha subito il
contagio dei modi accademici, ed ha
cercato di raccogliere l'eco e le
informazioni di quel che accadeva nei
centri più vivi. Lo aiutavano in
parte le Sindacali ordinate dal 28 in
poi a Palermo, i cataloghi e le
pubblicazioni che circolavano sulla
pittura postimpressionista, su Van
Gogh, sui fauves. Su questa via
egli si incamminava, rifiutando
nettamente ogni sollecitazione del
Novecento celebrativo. Una
"pittura all'aria aperta",
il Concertino in terrazza del 1930,
dimostra in pieno la sua scelta e il
livello raggiunto. I nudi femminili di
un caldo incarnato sono direttamente
costruiti col colore, a pennellate
fluide e lunghe; e così l'aspra
scogliera e un tratto di mare.
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