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Eminenti
critici d'Arte come Raffaele De Grada,
Mario De Micheli, Franco Grasso,
Armando Nocentini, Aldo Gerbino...
hanno detto di Gianbecchina quanto
occorreva dire. Tutti coincidono
nel riconoscere in lui uno tra i più
grandi pittori del Novecento, un
esponente genuino del Realismo, un
maestro della pittura italiana
contemporanea. Non c'è da aggiungere
niente di nuovo a quanto loro hanno
già autorevolmente affermato. Mi
limiterò, quindi, a fare alcune
considerazioni sull'opera di un
artista la cui vita è intimamente
legata a quella della sua terra.
Gianbecchina ci cattura con la
vivacità e il calore avvolgente dei
colori e ci avvince con lo spessore
umano dei soggetti. Signore della
prospettiva, è in grado di
raffigurare l'universo in dieci
centimetri quadrati di
composizione. Nella sua opera
l'uomo e l'artista s'identificano con
l'intrinseca nobiltà del reale, umano
o geografico che sia, in maniera
simbiotica e al tempo stesso libera,
senza convenzioni. Per questo il
Realismo di Gianbecchina non cade mai
nella retorica gratuita, come è
capitato al Realismo di altri grandi
pittori contemporanei. Gianbecchina
non ha bisogno di ostentare bandiere.
La fierezza del paesaggio, del
pescatore e del contadino nasce dalla
sua stessa fierezza di artista e di
siciliano. I suoi contadini posseggono
la dignità pietrosa delle montagne,
come osserva Raffaele De Grada. Sono
padroni del proprio sudore. Hanno la
terra sotto i piedi e il cielo sopra
la testa. Non vivono all'ombra di
nessun signorotto feudale. Esprimono
la necessità e la volontà di
affrancarsi da ogni servitù della
gleba. É difficile trovare un
artista più sincero di lui. Quando
dipinge, riversa l'intera sua anima
sulla tela. Possiede in grande misura
una qualità estremamente rara,
l'onestà intellettuale. Non dice mai
una cosa per un'altra. Non solo le
figure umane, ma la terra, gli
animali, gli oggetti stessi delle sue
magnifiche nature morte sono di
un'onestà stupefacente. Pittore
della terra, per Gianbecchina la
natura siciliana non è semplicemente
minerale. E' spirituale, possiede
un'anima e ha una sua spiccata
personalità. Personalmente mi capita
spesso di conversare con lei come si
conversa con un'amica. Io parlo,
faccio domande e lei mi risponde con
grande discrezione, ma senza
omertà. Sono certo che
Gianbecchina dialoga così con la sua
terra. E per questo egli è un così
grande interprete della natura
spirituale della geografia isolana.
Forse il più grande. Molti sono
coloro che fanno dichiarazioni d'amore
sviscerato verso la loro terra: il
politico, per esempio, che,
preoccupato soltanto di consolidare il
suo potere personale, per pigrizia o
per incompetenza, la inganna, lascia
marcire le sue ricchezze e prende in
giro i suoi giovani senza lavoro;
colui che la sfrutta per esclusivo
tornaconto, come il piccolo borghese
che ne deturpa il volto per costruirsi
una dozzinale villetta in luoghi la
cui bellezza è incapace di
apprezzare. Gianbecchina ama la
Sicilia naturalmente. Il suo è
l'amore dell'amico, del compagno
d'infanzia, dell'amante: la crea e
ricrea giorno per giorno nella sua
opera, sempre disposto a donare
generosamente se stesso per esaltare
la bellezza dell'amata. Questo
suo fondere la propria anima con
l'anima della terra annulla ogni
limite di spazio e di tempo: la
campagna siciliana nelle tele di
Gianbecchina diventa la protagonista
universale di una civiltà che
drammaticamente scompare, il
paradigma, insieme con i suoi
contadini, di tutte le campagne e di
tutti i contadini del mondo. Davanti
ad alcuni quadri di Gianbecchina ho
provato la sottile increspatura
dell'anima, il brivido che ci produce
il contatto con quelle opere d'arte
che non si limitano ad essere
esteticamente perfette, ma che
sentiamo miracolosamente vive e
prodigiosamente umane. Il Ciclo
del Pane è l'epopea di una civiltà
primordiale che un gruppo di uomini
senza anima, (i Cavalieri della Tavola
Rotonda degli Industriali
Occidentali), padroni della politica
globale, stanno cinicamente
sacrificando sull'altare di una
tecnologia e di una economia tanto
fascinose, quanto effimere e crudeli.
Parlando di Gianbecchina, Armando
Nocentini fa delle osservazioni che mi
sono trovato più volte a fare anch'io
nel tentativo di suscitare nel cuore
dei siciliani una splendida passione
dimenticata: l'orgoglio di essere
siciliani. Gianbecchina appartiene a
quella Sicilia che ha dato alla
cultura dell'umanità molto di più di
quanto abbia ricevuto, sin dalla
nascita della Scuola Poetica
Siciliana, ritenuta da Dante la
matrice del sentimento patrio
italiano. Si provi a cancellare
dalla storia della letteratura
italiana i nomi di scrittori
siciliani: Verga, Capuana, Pirandello,
Borgese, Quasimodo, Elio Vittorini,
Tomasi di Lampedusa, Sciascia... E
dalla storia dell'Arte i nomi di Pippo
Rizzo, Gianbecchina, Migneco, Guttuso,
Trentacoste, Consagra, Messina, Emilio
Greco, e vedrete quanto è grande il
vuoto che rimane. L'Arte è,
forse, l'unica forma di rivoluzione
possibile che ci rimane, dopo il
fallimento di tutte le altre
rivoluzioni politiche moderne. E
l'arte di Gianbecchina è fortemente
rivoluzionaria: ci invita
costantemente alla ribellione e alla
rinascita, al superamento di tutte le
nostre paralisi secolari. L'impegno
sociale e politico del pittore è
discretissimo, pudico, quasi nascosto,
ma perentorio. In un'epoca trucemente
democratica, come la nostra, dove la
vita e la morte dei popoli è lasciata
in balia delle fantasie panmonetarie
di un gruppo di banchieri,
l'orgogliosa docilità con la quale le
città di Sambuca e di Ganci accolgono
l'opera di questo grande artista
dimostra che ancora c'é in Sicilia
chi non dimentica la funzione primaria
ed insostituibile dell'Arte.
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